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| Fu facendo cronaca nera a Milano che imparai il mestieraccio del giornalista, quello di azione, quello che non si fa più: andare negli ospedali, dalle guardie mediche, dai vigili del fuoco. | |||
| Io a sedici anni non
sapevo che cosa fare e chi non sa cosa fare o diventa
un politico, o diventa un sindacalista, o un giornalista: in tutti
e tre i casi perde la reputazione e raramente la recupera, e se la recupera
è sempre a causa di un equivoco. Io decisi di fare il giornalista
perché mi capitò fra le mani una copia del "Corriere
della Sera" (io abitavo a Torino dove si legge "La Stampa")
con un articolo di Montanelli molto divertente, che mi conquistò
a questo mestiere. |
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| Dopo la prima scoperta
casuale del suo articolo sul "Corriere", iniziai a comperare sempre
questo giornale per poter leggere quello che scriveva Indro. Lo facevo con
i pochi risparmi che riuscivo a mettere insieme vendendo bottiglie vuote
di latte: non è che avessi un commercio di bottiglie
vuote, ma, quando andavo a comperare il latte, restituivo anche le
bottiglie vuote a un deposito e mia madre mi lasciava il prezzo della cauzione.
Con questo piccolo peculio compravo il giornale
in cui sarei più tardi entrato, proprio grazie a Montanelli. |
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Dopo un anno e mezzo di cronaca
nera a Milano, con la specializzazione in suicidi, mi feci trasferire a
Roma, dove mi venne affidato il ruolo di redattore diplomatico: ora, io
sono tutto fuorché diplomatico, da qui un anno a ritagliare
agenzie ANSA per punizione. Fu allora che Montanelli mi propose di scrivere
insieme la Storia d'Italia, che abbiamo
realizzato in sei volumi ed è stato il più
clamoroso caso editoriale del dopoguerra. |
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